- Gennaio 2026
- Dicembre 2025
- Giugno 2025
- Marzo 2025
- Gennaio 2025
- Dicembre 2024
- Ottobre 2024
- Settembre 2024
- Agosto 2024
- Luglio 2024
- Giugno 2024
- Maggio 2024
- Aprile 2024
- Marzo 2024
- Febbraio 2024
- Gennaio 2024
- Dicembre 2023
- Novembre 2023
- Agosto 2023
- Luglio 2023
- Giugno 2023
- Maggio 2023
- Marzo 2023
- Gennaio 2023
- Novembre 2022
- Aprile 2022
- Marzo 2022
- Febbraio 2022
- Gennaio 2022
- Novembre 2021
- Ottobre 2021
- Settembre 2021
- Agosto 2021
- Luglio 2021
- Maggio 2021
- Aprile 2021
- Marzo 2021
- Gennaio 2021
- Novembre 2020
- Ottobre 2020
- Settembre 2020
- Agosto 2020
- Aprile 2020
- Marzo 2020
Voci sospese tra colline e vicoli: il racconto della Napoli verticale e lo spettacolo sulle fiabe di G.B. Basile il 10 gennaio al teatro Arca’s di Napoli
di Maria Anna Martignetti, architetto
«Dicono che questo non è solo adesso che accade: in realtà sarebbero stati i morti a costruire…», scrive Italo Calvino nel bellissimo “Le città invisibili”. Una frase che nella città sorta intorno alla tomba di una sirena può aiutarci a sintetizzare la natura – per molti versi indicibile e parimenti irriducibile – di uno spazio che sfugge alle letture canoniche, antropologiche o planimetriche che siano. Paradossi e allegorie necessarie per contenere l’idea di una città che nel corso dei millenni oltre a svilupparsi secondo un’estensione orizzontale l’ha fatto come poche altre anche in profondità, creando una stratificazione unica nel suo genere, intrecciando livelli sovrapposti di storia, di memoria, di vita. Per questo motivo Napoli è una città verticale, nella quale la dimensione fisica del territorio e quella simbolica della rappresentazione coincidono in un continuo movimento ascensionale e discensionale. Per dirla con i maestri dell’ermetismo (che qui ebbero molti seguaci): come in alto così in basso e viceversa.
Specchio dell’umanità che racchiude, la metropoli che per secoli fu tra le più affollate d’Europa mostra una verticalità che non coincide con quella l’immaginario moderno (semplice crescita verso l’alto), piuttosto si definisce come tensione vitale tra collina e pianura, tra superficie e sottosuolo, tra luce e ombra.
Scale, pendii, dislivelli, stratificazioni edilizie e sociali diventano dispositivi fondamentali dell’organizzazione urbana e, al contempo, figure e dinamiche narrative ricorrenti nella letteratura e nell’immaginario culturale della città. Organismo complesso e complicato, spesso ambiguo e contraddittorio, Napoli si offre e si comprende solo attraversando i suoi diversi livelli.
Un’espressione concreta e leggibile di questo straordinario affresco urbanistico è rappresentata dall’asse collinare che dal Real Bosco di Capodimonte degrada verso piazza Carlo III. Via della Veterinaria, ad esempio, si inserisce in questo sistema come strada di cerniera tra la città alta e il tessuto urbano compatto della piana orientale, assumendo una funzione morfologica e simbolica di raccordo. La sua posizione lungo il margine occidentale dell’Orto Botanico non è casuale, ma risponde a precise scelte architettoniche maturate tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo.
Il Regio Orto Botanico di Napoli, fondato nel 1807 come istituzione scientifica e didattica, si colloca in un momento storico segnato dalle politiche di razionalizzazione dello spazio urbano e dalla diffusione di istanze igieniche e illuministe. L’Orto non rappresenta soltanto un’area verde ma un vero e proprio dispositivo urbano: un vuoto pianificato all’interno di una trama edilizia già densissima, un’area destinata allo studio della natura, alla formazione accademica e alla produzione di sapere. Oggi, in un Napoli caratterizzata da una sempre troppo elevata concentrazione abitativa, esso costituisce uno dei pochi polmoni verdi storici, che per la sua strategica posizione è in grado di interrompere la continuità dell’edificato e di ristabilire un rapporto regolato tra città e natura.
Nel suo sviluppo longitudinale e nella sua relazione diretta con l’Orto Botanico, inoltre, via della Veterinaria rende leggibile il modo in cui Napoli si è adattata alla propria orografia, alle esigenze della modernità scientifica e alle stratificazioni storiche preesistenti. L’asse Capodimonte – piazza Carlo III (che per correttezza storica bisognerebbe chiamare Carlo di Borbone) si configura così come un dispositivo urbanistico verticale, dentro il quale la città non è cresciuta per espansione ma per accumulo, sovrapposizione e adattamento. Un modello strutturale che, come è noto, trova un riscontro profondo nella tradizione letteraria napoletana. Giambattista Basile, con il celeberrimo “Lo cunto de li cunti”, elabora nel Seicento un modello narrativo che si fonda su una stratificazione di livelli simbolici, linguistici e culturali. Le sue fiabe non sono per l’infanzia – anche se dopo le acquisizioni fatte da autori posteriori, come sappiamo, sono finite in proprio in quell’alveo –, la sua scrittura riconduce a un dispositivo complesso, destinato a un pubblico adulto, nel quale confluiscono elementi popolari, rituali, teatrali, persino alchemici, in linea con il clima culturale del suo tempo. Come i costruttori della città in cerca dell’indispensabile tufo, anche Basile va sotto la superficie e così può far emergere archetipi, tensioni sociali, paure, desideri.
Napoli città dell’immaginario si specchia in questa costruzione narrativa fatta di discese e risalite, perturbanti metamorfosi, dolorosi attraversamenti di soglie. La fiaba napoletana come forma di conoscenza del mondo, colorato e colorito mezzo capace di rendere visibile anche quello che resta nell’ombra.
In questa continuità antropologica tra spazio urbano e narrazione si inserisce la performance promossa e curata dall’associazione ‘A Luna & ‘O Sole “Trattenimento de peccerille. Fiabe sonorizzate”, presentata per anni presso la Casa del Mandolino e delle Arti del Mediterraneo, nel cuore del tessuto storico napoletano ed ora approdata, dopo varie rassegne come lo Street festival del teatro festival e la rassegna Borghi della lettura del Sannio a palazzo Filangieri, San Potito Sannitico (CE) luogo in cui l’opera napoletana si è inserita a livello divulgativo, ora in scena, il 10 gennaio, al teatro Arca’s di Napoli. Un progetto che si configura come una rielaborazione performativa dell’opera di Basile destinata ad attualizzare la fiaba attraverso un linguaggio essenziale e multidisciplinare e una messa in scena che privilegia il rapporto diretto tra performer e pubblico recuperando la tradizione orale dei cantastorie. La costruzione dello spazio narrativo, infatti, non avviene attraverso la scenografia, ma mediante la voce, il canto e la musica dal vivo. La modulazione vocale recitata e cantata, l’uso delle percussioni e degli strumenti a corda, la stratificazione sonora attraverso strumenti armonicamente molto suggestivi come l’handpan ed il multipad elettronico, generano un ambiente immersivo che sostituisce lo spazio fisico, producendo una dimensione quasi filmica e fortemente immaginativa.
In questo contesto, la verticalità si traduce in esperienza percettiva: il racconto si muove tra registri vocali, livelli emotivi e profondità simboliche, rendendo l’ascolto un attraversamento dei diversi piani della cultura napoletana. La scelta di accostare, in chiusura, un testo di Annibale Ruccello introduce un dialogo tra Seicento e Novecento, mettendo in luce la persistenza di nuclei tematici comuni e la continuità di una tradizione narrativa che si rinnova senza perdere la propria densità.
«Napoli non è una città: è un mondo», scrive Curzio Malaparte nel celebre libro “La pelle”, la città-mondo che si riverbera nell’intreccio tra urbanistica, letteratura e performance teatrali. Una città da percorrere, un testo da interpretare, in cui ogni asse urbano, spazio di transizione e racconto contribuiscono a costruire un’immagine complessa e stratificata. La verticalità non è soltanto una condizione morfologica, ma un principio strutturante dell’identità urbana e culturale della città, capace di attraversare i secoli e di manifestarsi, ancora oggi, nelle forme del racconto e della performance. Via della Veterinaria e l’Orto Botanico con loro tratti urbanistici, la fiaba di Basile e la sua riattualizzazione fanno emergere questa profondità simbolica e narrativa.
Il Circolo Teatro Arca’s nacque nel secondo dopoguerra per l’impegno e la tenacia dei suoi fondatori che in comune nutrivano un amore sincero e profondo per l’arte, in particolare per il teatro. Dagli sforzi di un giovane e determinato Aniello Sisto prese vita la realizzazione di un teatro di quartiere in quel di Via Veterinaria 63, decretando ciò che oggi l’Arca’s rappresenta. Negli anni questa realtà ha visto passare e ricevere il contributo prezioso di una moltitudine di interpreti, autori, attori e tecnici.
Questo spazio, screziato di sfumature artistiche, ospita varie forme espressive, declinate in tutte le accezioni possibili: musica, danza, immagini, testi, scenografie, costumi, storie vissute e raccontate. Un luogo dove la creatività viene sviscerata, incoraggiata per farne arte. Tutti coloro che nel Teatro hanno trovato uno spazio accogliente, hanno per questo luogo un profondo legame affettivo. La tradizione e la diffusione di testi di nuovi autori, di quelli poco diffusi nel circuito ortodosso o di quei capolavori riletti e reinterpretati secondo chiavi originali, rendono l’attività teatrale dinamica e variegata.
10 gennaio alle ore 21,00, l’Ass. ‘A Luna & ‘O Sole presenta:
TRATTENIMIENTO DE PECCERILLE. FIABE SONORIZZATE LIBERAMENTE TRATTE DA G. B. BASILE.
ANITA PAVONE voce narrante, filastrocche originali musicate e nuova drammaturgia
GIOVANNA PANZA voce cantante e testi originali
ETTORE PAVONE effetti sonori e percussioni.
DARIO DELLA MONICA chitarra
Teatro Arca’s. Via della Vetrinaria 63. Napoli
Per info e prenotazioni obbligatorie anche tramite whatsapp : LILIANA MASTROPAOLO Organizzatrice di eventi e management artistico
cell: 3403782113 email: lilianamastropaolo.job@gmail.com