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UE–Mercosur, tra diplomazia, proteste e foreste: un accordo che divide l’Europa
Dopo oltre vent’anni di negoziati, il trattato di libero scambio tra Unione Europea e Mercosur si avvia alla firma ufficiale, prevista per sabato 17 gennaio in Paraguay, cui dovrà seguire la ratifica da parte del Parlamento Europeo e dei Parlamenti nazionali. Un passaggio politico e commerciale di enorme portata che, tuttavia, sta generando una fiammata di proteste in mezza Europa, con gli agricoltori in prima linea e i movimenti ambientalisti schierati sul fronte opposto a Bruxelles.
Cos’è il Mercosur e perché l’accordo conta così tanto
Il Mercosur (Mercado Común del Sur) riunisce Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay e Bolivia, con Cile, Colombia, Ecuador e Perù come membri associati. L’accordo con l’UE prevede:
– abbattimento dei dazi su gran parte dei prodotti agricoli e industriali
– apertura dei mercati ai servizi e agli appalti pubblici
– standard normativi più armonizzati in settori strategici
Per l’Europa l’intesa è particolarmente vantaggiosa sul piano industriale (automotive, meccanica, chimica, farmaceutica, servizi), mentre il Mercosur punta soprattutto all’accesso al mercato europeo per carne bovina, pollame, zucchero, cereali, etanolo e prodotti agricoli ad alta intensità di terra e acqua.
Ed è qui che nascono le fratture.
Perché protestano gli agricoltori europei
Negli ultimi giorni trattori in piazza hanno bloccato Milano, Bruxelles, Parigi, Madrid, Atene e Lione, denunciando quella che molti definiscono una “concorrenza sleale”. In sintesi:
– i produttori del Mercosur operano con standard ambientali e sanitari meno stringenti
– i costi di produzione sono dunque inferiori
– l’UE rischia di importare alimenti low cost
– mentre gli agricoltori europei devono rispettare regole più severe, costi più alti e una transizione verde sempre più rapida.
Molti denunciano la mancanza di reciprocità normativa, soprattutto in materia di pesticidi, benessere animale e tracciabilità. La protesta, quindi, non è solo economica ma anche politica: agricoltura, sovranità alimentare e sostenibilità entrano in collisione.
Il vero nodo: il costo ambientale del trattato
Dietro il dibattito commerciale c’è una questione più ampia e meno negoziabile: la foresta amazzonica, il Cerrado brasiliano e i grandi biomi sudamericani.
Secondo numerosi studi, l’apertura dei mercati potrebbe incentivare la deforestazione, perché:
– carne, soia, pellami e zucchero sono prodotti ad alta intensità di terra
– l’espansione agricola in Brasile, Paraguay e Argentina avviene spesso a scapito di foreste primarie e savane biodiverse
– in particolare nel Cerrado (oggi uno dei luoghi più minacciati del pianeta) e nell’Amazzonia brasiliana
Organizzazioni come WWF, Greenpeace e Friends of the Earth parlano di un rischio concreto di “deforestazione incorporata”, ovvero di importare prodotti agricoli europei insieme al loro impatto ambientale estero.
La questione non è solo ecologica, ma anche climatica: la foresta amazzonica è uno dei più potenti pozzi di carbonio del pianeta, e la sua perdita potrebbe contribuire a spingere il sistema climatico oltre molte soglie critiche.
Il paradosso europeo
L’UE si è data negli ultimi anni obiettivi ambiziosi:
– Fit for 55
– Green Deal europeo
– Strategia di Biodiversità 2030
– Regolamento anti-deforestazione (EUDR)
Ma lo sblocco dell’accordo Mercosur rischia di minare proprio quegli obiettivi:
– da un lato Bruxelles chiede agli agricoltori sacrifici per la transizione ecologica
– dall’altro apre il mercato a prodotti ottenuti con standard più bassi e costi ambientali maggiori.
Il risultato è un paradosso politico che non sfugge né agli agricoltori né agli ambientalisti.
Il ruolo dell’Italia
Il negoziato si è sbloccato grazie al cambio di posizione dell’Italia, che ha votato a favore in Consiglio UE dopo aver ottenuto clausole di salvaguardia sugli aumenti delle importazioni agricole e maggiore flessibilità nella Politica Agricola Comune.
La mossa ha permesso di raggiungere la maggioranza qualificata, sbloccando un dossier fermo da anni. Ma la ratifica parlamentare si annuncia complessa, in Italia e soprattutto in Francia, storicamente contraria all’intesa.
Il punto dolente: la coerenza globale
Ciò che preoccupa gli osservatori non è solo il valore economico del trattato, ma la sua coerenza con la traiettoria climatica del continente. Firmare un accordo che rischia di accelerare la deforestazione mentre si discute di Green Deal europeo è, secondo molti, una contraddizione di fondo.
Se nel 2026 la battaglia politica si giocherà sulla transizione ecologica, l’accordo UE–Mercosur è destinato a diventare un test di credibilità internazionale: l’Europa può davvero guidare la lotta al cambiamento climatico se, allo stesso tempo, esternalizza il costo ambientale delle proprie scelte commerciali?
Un accordo che ci obbliga a fare domande più grandi
E forse è proprio questa la domanda di fondo emersa nelle piazze e nelle proteste: quale modello di sviluppo agricolo, industriale e alimentare vogliamo per il futuro?
Da sabato 17 gennaio inizierà la fase formale, ma è evidente che la discussione non finirà lì. Perché in gioco non c’è solo un trattato commerciale: c’è la coerenza della transizione europea, c’è la salute delle foreste, c’è la dignità del lavoro agricolo e, più in generale, c’è la responsabilità ambientale del continente.